Palestinismi: Diaspore, immagini, icone (1968-1993)
Tra Karameh e la Prima Intifada, la Palestina costruisce un alfabeto che attraversa confini e media: chiavi, olivi, mappe, kefiah, filo spinato; il bambino di Naji al-ʿAlī; un calendario civile fatto di Land Day, Nakba, Giornata dei Prigionieri. Questo volume racconta come quelle icone nascano in tipografie povere e cinegiornali militanti, circolino tra campus, sindacati e telegiornali, e diventino patrimonio di archivi e musei. Non solo estetica: un’infrastruttura di produzione e prova—dipartimenti culturali dell’OLP, reti diasporiche, OSPAAAL, fotografie e film UNRWA—rende quei segni citabili, verificabili, insegnabili.
“Diaspore, immagini, icone (1968–1993)” tratta le immagini come dispositivi storici: a ogni poster associa cronologie, atti, metadati; a ogni rito abbina percorsi, orari, autorizzazioni. Ne risulta una macchina culturale capace di reggere al trauma del 1982 e di rifunzionalizzarsi nell’Intifada, quando la scena civica (madre, bambino, famiglia) sostituisce l’eroe armato e l’iconografia del controllo—reticolati, checkpoint—entra nel vocabolario quotidiano.
Pensato per storici, curatori, docenti e studenti, il libro offre anche strumenti operativi: timeline, atlanti iconici, schede d’uso didattico e indicazioni di standard per la citazione e il riuso. E prepara la curva successiva della collana: nel volume seguente (“Oslo e la smaterializzazione del conflitto, 1993–2005”) gli stessi segni migreranno dal poster al pdf, dal corteo al format di progetto, mentre il paesaggio si farà più pesante—barriere, varchi, mappe amministrative—e la prova passerà dai faldoni ai database. Questa è la soglia su cui si chiude il volume 3: un repertorio portatile che diventa interfaccia, senza perdere la sua forza di memoria pubblica.
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