Il Giapponismo in Italia nei manifesti pubblicitari della Belle Époque
Gli studi condotti da Vittorio Pica sul modello di Edmond de Goncourt con le sue opere letterarie come La Maison d’un artiste (1881) e L’Outamaro - Le peintre des maisons vertes (1891) portarono il critico napoletano a pubblicare L’Arte dell’Estremo Oriente nel 1894.
L’opera di Pica è considerata la pietra miliare dello studio del Giapponismo in Italia tra la fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, affermando i grandi maestri giapponesi da Hokusai, Hiroshige, a Utamaro, fino a Kuniyoshi.
La semplificazione delle forme, la dinamicità e l’uso dei colori a campiture piatte ammirate nelle stampe ukiyoe “Mondo Fluttuante”; divennero le basi principali dei manifesti pubblicitari che “illuminarono” le strade, i teatri e i centri commerciali delle città europee della Belle Èpoque. La Cartellonistica, fu promossa da Vittorio Pica nel 1896 come una nuova forma d’Arte, espressa con le lettere Per la gioia degli occhi e Due nuovi disegni di G. Mataloni, indirizzate a Matilde Serao, nelle quali lo studioso partenopeo introdusse al grande pubblico i primi cartellonisti italiani, Giovanni Mataloni e Adolf Hohenstein.
La forza comunicativa della pubblicità divenne il cavallo di battaglia delle Officine Grafiche Ricordi di Milano e della ditta E. & A. Mele & C. di Napoli. I nuovi manifesti eseguiti da cartellonisti del calibro di Leopoldo Metlicovitz, Marcello Dudovich, Aleardo Terzi e Leonetto Cappiello, solo per citare alcuni nomi, ripresero le caratteristiche grafiche e innovative delle stampe ukiyoe che contribuirono al passaggio di una cartellonistica pittorica - “statuaria” a una bidimensionale, dinamica e sfuggente.
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