Cronache dal Parco Paranoico: Canzoni, visioni e futuri mai nati
Credevo di urlare, ma in realtà tacevo.
Ultimo rifugiato, chiuso dentro un’eco di parole che rimbalzavano solo dentro di me, escludendo chiunque tentasse di varcare la tagliente soglia della mia coscienza.
E poi anche tu — malata di un vuoto senza forma — te ne andasti via, lasciandomi solo.
Non ti biasimo. È una canzone talmente triste da far impazzire i bambini, da svuotarli di ogni sorriso, mentre corrono a nascondersi tra le braccia delle loro madri paranoiche e compiacenti.
A casa, dove quel bene intransigente e assoluto che vedo nei tuoi occhi divora ogni cosa.
Sei l’ipnosi.
Io, invece, sarei voluto restare qui, sotto questi cieli di alberi di limone.
Ma sono stato solo un errore, un vizio, un torto, un oggetto inutile da gettare via quando non serve più.
Perché siamo prigionieri di giorni e di notti che separano, invece di unire;
che distruggono, invece di costruire;
che restano svegli, invece di sognare.
Aggiungendo dolore su dolore, disperazione su disperazione, sangue su sangue, lutto su lutto.
Un gioco perverso che consuma i suoi stessi giocatori, nell’attesa di quel taglio finale — netto, abbagliante — che sarà l’inizio di un’altra storia.
Una storia nuova.
Per un mondo nuovo.
Per un anno nuovo.
Un’epoca in cui slogan e proclami non avranno più senso, e spegneremo internet, la televisione e ogni altro rumore artificiale.
Ascolteremo, finalmente, il suono delle onde.
E forse, al di là di questo mare torbido, rabbioso e insaziabile, troveremo un approdo.
[ai rifugiati e a quelli che cercano un destino migliore]
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