Il profeta muto (Biblioteca Adelphi)
Dopo aver pubblicato su una rivista, nel 1929, alcuni brani di questo romanzo, Roth confessava: «Temo che abbiano provocato soltanto confusione». E fino alla sua morte evitò di dare alle stampe il libro, che apparve postumo nel 1966. Oggi, di fronte a queste pagine, non si resta confusi ma, se mai, sbalorditi. Il vero «profeta muto» è stato Roth stesso: perché questo romanzo scritto ‘a caldo’ non solo coglie come mai prima il nesso inevitabile fra rivoluzione e disillusione, ma anticipa una sensibilità, una prospettiva di giudizio che solo oggi sembra essersi faticosamente formata. E questo si deve innanzitutto al perfetto istinto di narratore che Roth aveva. Così non conosceremo soltanto ‘le idee’ di Kargan, ma ogni suo trasalimento; sapremo che in lui la parola «rivoluzione» si intreccia misteriosamente con l’immagine di una donna che si toglie un guanto (e tutto il romanzo, di fatto, può anche essere letto come una lacerante storia d’amore); ci apparirà del tutto naturale che Kargan e il suo grande amico, il rivoluzionario Berzejev, ritrovandosi fra l’una e l’altra delle loro avventure, si mettano a parlare di «cravatte, cappelli, giacche a doppio petto»; e infine sentiremo continuamente presente in queste pagine l’Europa disgregata dei socialdemocratici orrendamente patriottardi, dei funzionari che navigano sazi tra le rovine, degli intellettuali inconsistenti, delle ragazze illusoriamente emancipate, dei vecchi aristocratici sospesi sul vuoto. In mezzo a loro, Friedrich Kargan si muove davvero come «uno degli esperimenti che qua e là vengono fatti dalla natura prima che si decida a produrre una nuova specie».
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